[Novelle Quadrate] Il clan dei Genovesi

Altro che "clan degli argentini". A dettare legge in seno alla Nazionale maggiore di rugby è il ben più temuto "clan dei genovesi". Uno dopo l'altro, con il complice silenzio del sistema, i componenti questa piovra ligure stanno occupando tutti i posti strategici. L'obiettivo? Difficile ancora identificarlo. Perché è difficile riuscire a leggere le strategie di un "clan" che ancora si muove a fari spenti. Solo quando i ruoli chiave saranno tutti sotto il loro controllo, si potrà forse capire lo scopo.

Ma per adesso non si può far altro che registrare quanto sta accadendo. Compito assai arduo e pericoloso, perché il "clan dei genovesi" mal sopporta chi fa domande poco opportune, che rischierebbero di aprire uno squarcio nella coltre di intrighi che fino a ora li ha coperti. E con la responsabilità attiva degli organi di informazione. Ma cosa sta accadendo al Centro di preparazione olimpica del Coni dell'Acqua Acetosa (Roma), sede del quartier generale azzurro per i due mesi del 6 Nazioni? Pochissimi fatti e difficilissimi da individuare, se non a rischio di chi tenta, stanno a indicare che il "clan dei genovesi" sta assumendo il controllo della Nazionale maggiore. A muovere i fili dell'organizzazione il dottor Vincenzo Ieracitano.

Nato a Genova il 22 febbraio 1954, ex flanker del CUS Genova negli anni 70 e 80, azzurrino con l'Under 19, 21 e 23, si è laureato in Medicina nel capoluogo ligure ed è specializzato in chirurgia generale, d'urgenza e medicina dello sport. Il suo insospettabile quartier generale è l'ospedale San Martino. Entrato in FIR nel 1992, è stato il medico della Nazionale fino al 2004, per poi tornare a ricoprire l'incarico in questa stagione. Al suo fianco ha voluto in Nazionale due "insospettabili": il dottor Marco Giacobbe (nativo di Ovada) ed il fisioterapista Massimo Bergonzi (che invece è di Piacenza). Entrambi però si sono laureati a Genova, il primo in Medicina, il secondo in terapia manuale. E' lì che Ieracitano li ha arruolati. Andrea Cimbrico, invece, il trentatreenne genovese media manager della Nazionale, era lì da prima ed è stato probabilmente lui, a dispetto dell'apparentemente innocuo ruolo, ad avere preparato il terreno.

La cucina dell'Acqua Acetosa è off limits per i media, ovviamente, entrare a curiosare è quindi pericolosissimo. Così come è vietatissimo dallo scorso novembre sbirciare nella sala dove gli azzurri mangiano. Ma, sfidando il pericolo, è stato possibile venire a conoscenza del menù al quale gli azzurri sono oggi costretti: fra i primi si può scegliere fra "trenette al pesto" e "ravieu cu tuccu", poi "farinata" o "coundiggioun" (alici e aglio), o "tomaselle" (involtini), oppure "polpettone" (fagiolini, patate e altri legumi e verdure). Ovviamente tutto in quantità modiche, che ai genovesi non piace sprecare cibo e soldi. Non a tutti piace questo menù, tanto che fra i giocatori si è creato anche una sorta di "mercato nero" del cibo. A gestirlo è il capitano Sergio Parisse, che ha trasformato una apparentemente innocua cassetta degli attrezzi in borsa frigorifero. Parisse acquista la merce a prezzo di costo al baretto dell'Acqua Acetosa, ma ovviamente il rischio per lui è enorme e di conseguenza i prezzi sono altissimi: si va dai 10 euro per un panino con la mortadella, ai 15 per una pizzetta con pomodoro e mozzarella e ai 30 per un tramezzino con l'insalata di pollo.

Il "clan dei genovesi" sta ovviamente imponendo sistemi e metodologie soprattutto nel campo medico e del così detto recupero post infortuni. Ogni medicinale del passato è stato eliminato e ora si cura tutto sostanzialmente con due sistemi: impacchi di pesto o flebo a base di pinoli. Vietatissimi i macchinari elettrici, che la luce costa. I sistemi hanno attirato ovviamente i dubbi del ct Jacques Brunel, rassicurato però dal suo fido assistente Philippe Berot. Pesano però fortissimi dubbi circa la lealtà di quest'ultimo. Avvicinandosi alla stanza del quarantanovenne francese di Tarbes, infatti, almeno in due fasi della giornata si può ascoltare una voce registrata che scandisce alcune frasi in genovese e chiede di ripetere: "Sciuscia e sciorbi nu se peu", "a coae de sposa a le comme quella de caga, quande a ven bezeugna anda", "a muae di belinoin a l'è de lungo graia", "battitene u belin", "me ne battu u belin in sci scheggi". L'accento francese che proviene dalla stanza non lascia dubbi: è Berot. E' stato assoldato dal "clan dei genovesi"? Senza dimenticare che nel tempo libero giocatori e staff possono ascoltare solo la musica di Fabrizio de Andrè, Gino Paoli e Bruno Lauzi e in tv passano solo i film di Paolo Villaggio.

La stampa, complice di questa situazione, invece che intervenire, cerca di distrarre l'attenzione del pubblico. Ma basti ricordare che le pagine del rugby di alcuni fra i più importanti quotidiani nazionali sono in mano a genovesi: a Il Sole 24 Ore c'è Giacomo Bagnasco, a Repubblica c'è Massimo Calandri, a Il Secolo XIX c'è Giorgio Cimbrico, al Corriere della Sera Domenico Calcagno. I prossimi passi? Sembra possibile indicarne almeno due, uno dei quali decisamente ardito: il primo è riportare in azzurro l'ex capitano ed ex team manager Marco Bollesan e l'ex centro Marco Rivaro, il primo come economo e il secondo probabilmente come team manager al posto di Gino Troiani (la prima testa che i genovesi faranno saltare visto che il dialetto aquilano è ritenuto più incomprensibile del loro); ma soprattutto sostituire prima delle partite l'Inno di Mameli con Olidin Olidena dei Trilli.

E intanto la parola d'ordine è risparmiare. In Nazionale non si butta via niente: le bende vecchie vengono riusate, gli attrezzi della palestra vengono utilizzati con parsimonia, al bagno si tira l'acqua solo due volte al giorno. La rivoluzione genovese è già iniziata.



Dedicato al ricordo di Roberto Besio, consigliere federale e soprattutto persona per bene. E ovviamente genovese.


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