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La Casa di Andrea ed i giganti (buoni) del rugby

Martin Castrogiovanni, Simone Favaro, Edoardo Gori e Francesco Minto hanno fatto visita ai bambini della Casa di Andrea.
L’Associazione offre gratuitamente ospitalità e assistenza ai bambini con gravi patologie e alle loro famiglie, permettendo così al bambino di “vivere e combattere” la malattia e il disagio attraverso l’accoglienza e l’amore della famiglia e di una comunità. Per tutte le informazioni su donazioni e possibilità di volontariato, vi riportiamo i contatti qui sotto:
http://www.assandreatudisco.org/
Facebook: Associazione Andrea Tudisco Onlus
Twitter: @AsAndreaTudisco
5 x 1000: C.F.96346950585

 

Dmax ti guardo, tifoso ti distinguo, social ti sfrutto, rugby ti amo*

*Arfio Marchini ti cito, link ti condivido, Roma ti amo

Quest’anno il 6 Nazioni, per la gioia tutti, è gentilmente offerto dalla Discovery Communication sul suo canale #moltomaschio,  DMAX.
Il gruppo Discovery vede molto lungo: è stato uno dei primi a proporre l’alta definizione, il simulcast, i canali tematici. E’ il gruppo di Real Time, di Animal Planet, di Discovery Channel. Insomma, il Gruppo Discovery sa cosa piace alla gente ancora prima che alla gente piaccia. Il fatto che un colosso della comunicazione abbia deciso di investire sul rugby e trasmettere in chiaro il 6 Nazioni (e non su uno dei suoi canali pay per view) dovrebbe far gongolare un po’ tutti.  Significa che il potenziale c’è, e si intravede già con i dati auditel del primo match del torneo: 2,6milioni di telespettatori (736.000 ascoltatori nel minuto medio) e uno share del 4,5% per Galles-Italia.


La campagna di promozione del 6Nazioni su DMAX è stata massiccia e ben studiata. L’interesse del pubblico verso il rugby è stato prima solleticato dal ben noto Chef Rubio, che ha portato i suoi centinaia di migliaia di fans a seguirlo anche ne “Il Cacciatore di tifosi” per poi strizzare l’ occhio ai tifosi di vecchia data con i casting de “L’immischiato speciale”, il social reporter del 6Nazioni scelto dal pubblico fra il pubblico. Immagini, video, promo, storie di rugby e di rugbysti, massima interazione con i tifosi, social portato quasi all’esasperazione con tag, hashtag, share, likes… Il duo Raimondi/Munari è già trend su Twitter e la professionlità di Piervincenzi riesce a tenere buoni anche i più critici. Il reclutamento di nuovi tifosi va decisamente bene, ma c’è un problema…il fondamentalista del rugby.
Anche se tutti ammettono che il rugby italiano ha bisogno di pubblico, consensi, investitori, sponsor (in breve: soldi) ed i ragazzi in campo hanno bisogno di tifosi, sostegno e soprattutto, stipendi garantiti,  c’è qualcosa che tutti ad Ovalia sanno ma pochi ammettono: la nicchia è stretta ma piace.  


Ad Ovalia, come in qualsiasi posto al mondo, ci sono i residenti ed i villeggianti. Per farvi capire, il residente è il fondamentalista ovale, il villeggiante è quello che chiameremo “il tifoso di rugby”, il tifoso della Nazionale Italiana di Rugby.

Il rugby in Italia è uno sport minore generalmente da Aprile a Febbraio, poi arriva quello che chiamo “Solstizio Ovale”, che corrisponde al primo giorno del 6 Nazioni, ed i tifosi di rugby escono dal letargo per condividere con il resto del mondo il loro spirito di squadra, il loro fair play e le loro foto con cappello cornuto e birra all’Olimpico. Nello stesso periodo dell’anno, il fondamentalista ovale diventa tachicardico, manifestando chiari sintomi propri di diverse patologie legati a stress, disturbi della personalità e manie di persecuzione. 
Mi permetto di definire “fondamentalisti ovali” quelli che (me compresa) dividono l’anno solare in giornate di campionato e scelgono le vacanze al mare non in base alle bandiere Blu di Legambiente, ma alle tappe del campionato di beach rugby. I weekend fuori porta si programmano in base alle uscite della propria squadra (la geografia si traduce quindi in GIRONI) mentre i viaggi all’estero possono variare: nel periodo invernale sono direttamente proporzionali al numero di partite in casa dell’Italrugby ed esclusivamente verso Irlanda, Francia, Inghilterra, Galles e Scozia; durante il resto dell’anno dipendono dal calendario della PRO12 e da eventuali tornei di Seven. Il fondamentalista ha comunque bisogno del passaporto per andare almeno una volta nella vita in Nuova Zelanda, Australia e Sud Africa.
Il tifoso di rugby  è quello che ha almeno 1 cappello tricolore con le corna, simbolo di appartenenza e partecipazione, una felpa azzurra (preferibilmente Kappa, Jaguar è quasi fondamentalista, Adidas tanto recente da poter essere quasi esclusivamente fondamentalista almeno fino al metà Febbraio) e un’infarinatura generale sulle regole del rugby (15 contro 15, rispetto dell’avversario, rispetto dell’arbitro, meta 5 punti, piazzato 2, calcio di punizione 3, mischia/touche e terzo tempo).
Generalmente segue solo la Nazionale, e non va al campo della propria Città/Paese nemmeno per sbaglio durante il campionato, in molti casi ignora totalmente l’esistenza di un "campionato" (vedi glossario) o comunque lo ritiene talmente scarso da non meritare attenzione. Quale sia il metro di giudizio, non è dato saperlo. Molto spesso è tifoso accanito di calcio, ma la magia del 6 Nazioni gli fa lo stesso effetto di una dose massiccia di benzodiazepine e lo trasforma in un bonaccione cultore e sostenitore del fair play, amicone dell’avversario e rispettoso di ogni regola scritta e non.
Così come il fondamentalista, per un paio di mesi l’anno anche lui si sente parte di un qualcosa di grande, forte, cazzuto e lo sbandiera con orgoglio sui social networks.
La pagina social del tifoso durante il 6 Nazioni è un tripudio di mischie, touche, tagli, sangue, bende. E’ l’apoteosi di immagini “applicafiltro/drama/sharpening” accompagnate da poetici aforismi che caricano più di Leonida alle Termopili.  Gli status sono così pieni di pathos che spesso anche il fondamentalista mette il “mipiaceyes, per poi pentirsene 2 secondi dopono, quando fra un #sostegno e un #rispetto trova quattro pagine di anatemi contro gli antenati dell’arbitro di Milan-Inter o messaggi random auguranti epidemie e calamità a tifoserie avversarie.
Navigando tra i social durante il solstizio ovale è molto facile imbattersi in piccole discussioni (sempre amichevoli, siamo pur sempre ovali) tra tifosi e fondamentalisti. Discussioni spesso un po’ strane a dire il vero, del tipo: “Una bella partita, tizio ha perso due denti con una gomitata ed ha continuato a giocare! Non come i calciatori che fanno finta” e il fondamentalista risponde “Ricordo ancora la Battaglia di Nantes quando Shelford ha giocato con una palla a penzoloni, quello è sacrificio, quello è Rugby vero”sad

Consiglio al tifoso di accettare il commento senza sindacare anche se non capisce il nesso col suo status.  Il tifoso che si addentra in una discussione sul rugby con il fondamentalista ha pochissime speranze di successo, vuoi perché effettivamente in realtà non sa distinguere l’estremo dal pilone sinistro, vuoi perché il fondamentalista rinfaccerà continuamente il fatto che per 10 mesi l’anno il tifoso ignora il Movimento. (M maiuscola, Movimento.)
La maggior parte dei fondamentalisti è infatti rugbysta (o lavora nel mondo del rugby). “EX rugbysta” non è un termine ammesso. Fra gli assunti del Teorema di Ellisnota per il tifoso, googola “William Webb Ellis” – c’è quello fondamentale che “Non esistono ex rugbisti. Chi ha giocato a rugby, è rugbista tutta la vita” e per il fondamentalista ovale non c’è niente di più vero. Se entri ad Ovalia non ne esci: l’atmosfera, la gente, la filosofia di vita, l’amicizia, il sostegno sono tali che se stai troppo lontano dal campo ti senti male, ti viene la saudade. Ti manca l’odore dell’erba bagnata, ti mancano anche i grugniti dei giocatori durante l’allenamento, ti manca anche la pasta scotta al terzo tempo.  E’ come il mal d’Africa. E’ per questo che il fondamentalista guarda con sospetto il tifoso. “Il rugby è come l'amore. Devi dare prima di prendere. Quando hai la palla è come fare l'amore. Devi pensare al piacere dell'altro prima che al tuo.” Per il fondamentalista ovale, il tifoso è quindi come un guardone al parco, e cerca di evitarlo.

Molto spesso il fondamentalista ovale è anche un accanito tifoso di calcio, ed anche lui, come ogni essere umano non avvezzo alla meditazione trascendentale, ha i suoi momenti di “rosicamento” sia guardando il calcio sia guardando il rugby. La differenza allora qual è? Chi lo sa. Per me il fondamentalista ovale in realtà è un Hooligan con la R moscia: duVo e puVo. Il sangue ribolle anche a lui se l’arbitro fischia qualcosa che “non c’è”, ma il suo animo da rugbysta gli impone di rispettare la scelta e aspettare che sia la squadra in campo a “fare giustizia”. Sorseggiando un maalox.
(La mia esperienza personale mi spinge ad aggiungere un’eccezione: L’Aquila. L’Aquila ha una tradizione rugbystica meravigliosa, sono la “Città di Smeraldo” di Ovalia. Qui non trovi tifosi, trovi solo fondamentalisti, nel bene e nel male. Ed è qui, sotto aju Gran Sassu, che il tifoso di rugby potrebbe trovarsi spiazzato nel sentire quanti aggettivi più o meno coloriti si possono associare all’arbitro ed ai suoi assistenti. Pensandoci bene, qualche dubbio te lo fanno venire anche le Posse RossoBlu, i tifosi del Rovigo. Ho ormai la convinzione che a Rovigo ci sia un bersagliotto in ogni casa ed i bambini a carnevale chiedano ai genitori la maschera di Luke Mahoney versione Parma 2011, mica Spiderman. Ecco, penso che a Rovigo così come a L’Aquila siano più o meno tutti fondamentalisti. Una Shangri-La ovale.)

ANDARE ALLO STADIO per il tifoso di rugby significa arrivare all’Olimpico per il 6 Nazioni circa un’ora prima dell’inizio del match, bere un paio di birre, cantare gli inni, giocare e farsi le foto con gli altri tifosi. Solitamente porta la maglia blu, parrucca/cappellino tricolore e fa la fila allo stand col merchandising per trovare una felpetta nuova da sfoggiare al prossimo 6Nazioni. Un normale sportivo che va allo stadio.
Il fondamentalista si distingue dal tifoso anche al Villaggio. Innanzitutto, se il fondamentalista dice che va allo “Stadio” sappiamo già che sta andando ad una partita della Nazionale. Altrimenti il fondamentalista va al “campo”. Primo.
Secondo. Il fondamentalista arriva all’Olimpico MINIMO un paio di ore prima dell’inizio del match, a prescindere dal numero di ore che ci vogliono per raggiungerlo. Dopo 2/4/10/12 ore di pullman con altri fondamentalisti (salvo cause di forza maggiore, non si priva del viaggio che è parte integrante e sostanziale della festa del Rugby), ha la forza di montarsi il suo personale stand per il prematch e terzo tempo, indossa la maglia o il giubbotto della sua squadra del cuore e si aggira per il Villaggio come una sposa al ricevimento offrendo birra e panini a chiunque gli passi vicino, diventando la vera attrazione del Terzo Tempo. Il tifoso/fondamentalista della Nazionale avversaria solitamente a quell’ora viaggia già sulla trentesima birra e quindi sarà ben felice di trovare ristoro con altri fondamentalisti come lui e godere dell’ospitalità tipicamente Italiana. Questo darà lo spunto al tifoso di rugby per sfoderare una gomitata al suo sprovveduto accompagnatore, sottolineando quanto il Rugby sia migliore rispetto a qualsiasi altro sport in cui i tifosi si prendono a randellate al primo contatto visivo.

I fondamentalisti più radicali sono convinti che Adidas abbia dovuto aggiungere le righe tricolore sulla maglia per permettere ai tifosi di distinguere i propri beniamini durante il match contro la Francia.

Non serve parlare altre lingue, i fondamentalisti si capiscono, si riconoscono, si abbracciano e si scambiano cimeli anche fuori dallo Stadio. Alla fine del match, a prescindere dal risultato, fondamentalisti, tifosi ed ospiti si trovano di nuovo al Villaggio (una cosa tutta Italiana, per chi non lo sapesse, all’estero il Terzo Tempo non è come da noi) e mentre il tifoso si piazza sotto il palco in attesa dell’uscita degli Azzurri per un saluto ed un applauso alla squadra, il fondamentalista manda un messaggino ai giocatori per complimentarsi (su fb, su twitter, sul telefono è indifferente), fa l’analisi della partita sorseggiando una birra con gli altri fondamentalisti e poi si mette in viaggio verso casa.

IL RUGBY IN TV - Il fondamentalista del rugby sente il peso del canone RAI molto più dell’Italiano medio. La RAI detiene i diritti televisivi del campionato Eccellenza , che si traducono nella diretta di un (1, UNO) match del massimo campionato su RaiSport (o in streaming) la domenica. Spesso e volentieri il palinsesto viene modificato per lasciare il posto a programmi che garantiscono alla tv di stato molta più audience del rugby: replay dello spareggio salvezza Venezia-Messina, Serie B di calcio, anno del Signore 1968.
Quando il palinsesto viene rispettato il fondamentalista è contento ma non troppo. Nessun pre match, nessun servizio dedicato, nessuna analisi. Partita secca e via con la diretta di un torneo di bocce al triplice fischio dell’arbitro. A volte anche prima del triplice fischio.
Il fondamentalista ovale è così frustrato da questa mancanza di considerazione da parte della tv di Stato, che spesso nemmeno a mente fredda è in grado di valutare oggettivamente la questione audience, l’unica che conta in tv. Per farvi capire, prendiamo due Club italiani che hanno un discreto successo in termini di pubblico e di risultati sul campo: Mogliano e Viadana.  Grazie a Wikipedia sappiamo che Viadana è un Comune Italiano con circa 19.000 abitanti, Mogliano ne ha circa 28.000. Se tutti gli abitanti (nessuno escluso) dei due Comuni si sintonizzassero contemporaneamente sulla partita, non riuscirebbero comunque a raggiungere il “Rosario in diretta da Lourdes” di TV2000 (il canale della Cei) che tocca picchi di 565.000 spettatori. Ma come lo spieghi a chi ha fatto del Rugby la sua religione?
Mentre il fondamentalista grida allo scandalo per come mamma Rai propone il rugby in tv, il tifoso ovale che facendo zapping si trova a guardare Viadana- Mogliano si chiede perché mai non sia ancora iniziato il torneo di bocce e perché l’arbitro non sospenda la partita con un campo così allagato che la palla non rimbalza.

Scherzi a parte, è tutto vero: il rugby è #sacrificio, il rugby è #passione, il rugby è #fango anche sotto il sole, il rugby è #sudore…
La cosa più vera in questo momento è che il Rugby ha bisogno del #sostegno di tutti, in campo e sulle tribune, in tv e sul web, per strada e sui social perché  valori del rugby non sono nelle parole, sono nelle persone.
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Glossario:

PRO12:  è una competizione rugby a 15 per club tra squadre delle federazioni di Galles, Irlanda, Italia e Scozia. In Italia abbiamo il Benetton Treviso e le franchigia federale, le Zebre con sede a Parma. I migliori club Italiani che non giocano la Pro12, giocano il Campionato Eccellenza (soprattutto se il bilancio societario glie lo permette).

Campionato Eccellenza: quello che i giornalisti sportivi (e non) chiamano la Serie A di rugby, in realtà ha un nome proprio ed è “Eccellenza”. Forse non tutti lo sanno ed alcuni stenteranno anche a crederlo, ma dopo il 6 Nazioni il rugby continua ad esistere e si gioca con le stesse regole del prestigioso torneo internazionale.
L’Eccellenza è il massimo campionato Italiano (detto anche Top n, dove “n” è il numero di squadre partecipanti.  “N” è un’incognita da maggio a settembre. Per ottenere N bisogna aspettare di capire quanti Club riescono a non fallire prima dell’inizio del Campionato.)
Sotto l’Eccellenza c’è la Serie A, poi la B, poi la C.  La confusione del giornalista è data sicuramente dal fatto che nel calcio (sport nazionale) la Serie A è il massimo campionato e l’Eccellenza è un campionato regionale dilettanti. Il lettore attento si chiederà: perché in un Paese così tondo si è scelto di dare al massimo campionato un nome che avrebbe creato così tanta confusione? Grazie per la domanda, ma non conosco la risposta. Probabilmente il nome è stato scelto da un fondamentalista ovale. Cambiare nome però sarebbe un po’ come ammettere la supremazia di uno sport sugli altri.

Alla proiezione de "Il Terzo Tempo" con Enrico Maria Artale e Giulio Cupperi

Ieri sera, nella splendida cornice di Villa Wolkonsky, residenza dell'Ambasciatore britannico a Roma, Rugbryca ha avuto la possibilità di assistere all'esclusiva proiezione de "Il Terzo Tempo", film del giovane regista Enrico Maria Artale, presentato a Venezia, che già prima della sua uscita ufficiale ha suscitato molta curiosità nel mondo Ovale.

Attraverso la penna di Alessandra Di Stefano, Rugbryca vi racconta "Il Terzo Tempo":

Non ci dilungheremo o racconteremo la trama del film "Il terzo tempo" ; si è detto praticamente tutto su questa pellicola, ma il commento più utilizzato ed abusato sicuramente è l'affabile "un po' troppo scontato". Il film di Enrico Maria Artale ci racconta una storia e ce la narra in un modo preciso.

Il tema del riscatto sociale è stato trattato fin dai tempi de Il cinema dei telefoni bianchi; non è quindi la banalità del tema ma quanto lo stile di narrazione che cattura emotivamente lo spettatore. La provincia romana raccontata realisticamente con le sue strade polverose, buie, le aziende agricole, il letame. Attraverso questa minuziosa descrizione si arriva ai campi da rugby, coinvolgendoci in maniera viscerale. Ed ecco la scontatezza, di cui tanto si è parlato, che di colpo viene spazzata via grazie allo stile narrativo, spontaneo e coinvolgente , e alla regia abile ed autorevole caratterizzata da inquadrature che ci fanno identificare a pieno con il protagonista. Lo spettatore vive intensamente l'attitudine violenta del giovane protagonista Samuel, a mano a mano la inghiotte grazie alla macchina da presa che coincide perfettamente al suo punto di vista. Samuel capisce che la sua rabbia può essere gestita in maniera differente, capisce che non ha bisogno di rimanere rinchiuso nel "recinto" per essere addomesticato come il Toro mascotte della squadra, ma può tranquillamente continuare il suo percorso allo stato brado, anche sulle strade di periferia, senza essere abbattuto. Il film funziona perfettamente, pur non essendo epico come "Invictus" di Clint Eastwood ma anzi profuma di verità, e si attiene senza spettacolarità quasi fiabesca alla realtà di gioco di uno sport come quello del rugby. Si respirano le serie minori di questo gioco, gli errori di chi lo pratica, l'amatorialità che lo eleva a stile di vita. C'è autenticità in tutto quello che viene raccontato e non importa se il tema è ricorrente o già visto, quello che premia il film è l'assoluta singolarità con cui ci viene raccontato.

 

Di seguito trovate l'intervista fatta dalla nostra Barbara Checchi al regista Enrico Maria Artale e l'aiuto regista Giulio Cupperi dopo la proiezione del film nella residenza dell'ambasciatore brittanico Prentice a Roma.

 

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